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La democrazia diffusa? una pagliacciata.

Domenico Quaranta

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An interview with Janez Janša

Exiwebart August 10th 2004

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Dziga Vertov (il teorico del kino-glaz) era convinto che si potesse fare un uso politico del cinema, trasformarlo nel mezzo di una “decodificazione comunista del mondo”.
E’ difficile capire se Janez Janša abbia inteso, chiamando il suo ultimo progetto DemoKino, rendere omaggio a uno dei padri del cinema o farsi beffa delle sue velleita. Il progetto prevede un unico racconto diviso in 8 filmati, sceneggiati da Antonio Caronia, trasmessi in streaming e montati dalla partecipazione interattiva degli spettatori. Il protagonista è Kolja, un giovane sloveno mediamente istruito e mediamente interessato all’attualità, che nei diversi momenti della sua giornata si trova ad affrontare, novello Amleto, una serie di dilemmi. Che so, due mormoni suonano al suo campanello e lui si mette a pensare alle sette, ai Raeliani, alla clonazione. O naviga in rete, e a un certo punto si pone la questione del copyright. Cosi, tra una seduta in bagno e una telefonata Kolja si trova a riflettere sull’aborto, l’eutanasia, gli OGM, la clonazione terapeutica, il matrimonio omosessuale, la privatizzazione dell’acqua. Discute i pro e i contra, poi si trova a decidere: e qui interviene l’utente, che vota per lui; il voto della maggioranza lo conduce alla prossima stanza, alla prossima faccenda. E al prossimo dilemma. Di voto in voto, si approda all’ultimo filmato, cui segue però, senza che noi si abbia cliccato nulla, un ultimo breve corto. Al volto ormai familiare di Kolja si sostituisce un clown sghignazzante: “e se ti dicessi che tutto era deciso in partenza?”.
Cosi, con una melodia ebete e un sorriso sarcastico, crollano tutte le illusioni a cui il “parlamento virtale” di DemoKino aveva dato vita. Concetti come partecipazione (inter)attiva, democrazia diretta, agora virtuale, liberta di scelta si infrangono contro il naso rosso di un clown come la democrazia italiana si e sciolta nelle performance musicali dei pianisti; e come in Kafka, la chiarezza della legge si contorce nei grovigli di una procedura che rimane invisibile fino alla fine.

Ma quella della virtualità della democrazia contemporanea e solo una delle questioni sollevate da DemoKino: che discute nel contempo l’efficacia della tanto millantata interattività della rete, e la trasformazione della politica in biopolitica, ovvero la tendenza odierna a rendere pubblico il privato, e trasformare la vita stessa in una questione politica. Una complessità che è di tutto il lavoro di Janša, artista italiano che nel 1995 si e trasferito a Ljubljana e vi ha fondato Aksioma, una associazione no-profit che produce lavori che indagano, attraverso i nuovi media, questioni sociali e politiche, etiche e estetiche. Perché la vita è politica, il terrorismo è teatro, e i problemi producono economia...

4 domande a Janez Janša

DQ. Come nasce DemoKino? Ci sono in esso tracce di una riflessione su un evento specifico della nostra politica quotidiana, o è stato prodotto da una riflessione più generale?

DG. In effetti, esiste un fatto specifico che ha avuto una funzione scatenante: un articolo riguardante il fenomeno dei pianisti, i senatori italiani documentati nell’atto di esprimere il voto, attraverso l’apposito sistema elettronico, al posto dei colleghi assenti. Con la votazione per alzata di mano il pianista avrebbe dovuto alzare due mani, il che avrebbe implicato un atto se non altro “coraggioso” data la visibilità del gesto in aula.
Ma questo sistema analogico ed arretrato di votazione non avrebbe certo permesso a personaggi come il Senatore Lucio Malan di Forza Italia di esibirsi in un magistrale triplice voto, a meno che non si fosse fatto prestare per tempo il famoso terzo braccio di Stelarc.
Bene, questa notizia mi fece riflettere su tutta una serie di questioni.
Accostando questa notizia, che è poi sintomatica dell’inattendibilità della democrazia rappresentativa o parlamentare, alla coscienza del fallimento della tesi di Lévy sulla “democrazia in tempo reale” ho sentito un grande senso di impotenza ed allo stesso tempo la necessità di approfondire questi temi.

DQ. DemoKino si fa beffa tanto della presunta natura democratica dell’interattività quanto della democrazia odierna tout court. In entrambi i casi, la libertà di scelta sembra connaturata al meccanismo, mentre invece e proprio il meccanismo che la nega. Vedi qualche via d’uscita da questo impasse?

DG. Per considerare questa domanda bisognerebbe riflettere attentamente sia sul significato di democrazia che su quello di interattività.
Il concetto di democrazia, storicamente e filosoficamente carico di significato, sembra oggi quanto mai vuoto, una caricatura di se stesso, e lontano da quell’idea che vuole il popolo sovrano. La volontà da seguire è semmai quella dettata dall’economia e dai mercati. Sarebbe più sensato coniare neologismi quali “econocrazia” o “mercatocrazia”.
Nei lavori artistici, nei videogiochi, negli sportelli automatici delle banche ed in altri prodotti “finiti” definiti interattivi, l’azione reciproca, ovvero il provocare o subire un processo di interazione, è meramente apparente. L’interazione con questi dispositivi crea nell’utente una forte sensazione di sovranità, di autodeterminazione che però, ad una valutazione più attenta, risulta essere priva di consistenza.
Ma esiste una forma di interattività e di scambio reciproco di input, di provocazioni e di informazioni che si verifica tra soggetti all’interno di comunità - più o meno ampie - tanto nella realtà fisica che nel cyberspazio. L’interattività tra individui o tra nuclei di persone mi sembra molto più interessante, molto più imprevedibile e creativa specialmente se si intende l’interattività come “forza di coesione”. Ad ogni modo anche questo tipo di interattività risente delle limitazioni imposte dal sistema all’interno della quale opera.
Per questo delle comunità, dei collettivi, cercano di liberarsi da questa “tirannia” stabilendo le proprie “regole del gioco” che spesso e volentieri sono diametralmente opposte ed incompatibili con quelle del “sistema imposto”.

DQ. DemoKino lega le scelte personali del suo protagonista a un parlamento virtuale. Cosi, se la vanificazione finale del voto mortifica i votanti, restituisce libertà di scelta al nostro uomo. Credi che esista un conflitto tra libertà personale e volontà collettiva?

DG. Onestamente non sono molto d’accordo con la tua affermazione per almeno due ragioni. La prima è che al termine di DemoKino il voto non viene effettivamente vanificato, ma viene inoculato nel cyber-elettore il dubbio che tutto sia stato predeterminato. Non si tratta di un’affermazione bensì di un dubbio.
Il secondo motivo di disaccordo alla tua affermazione sta nel fatto che in nessun modo viene restituita libertà di scelta al “nostro uomo”. Egli infatti si presenta allo spettatore/elettore in forma di protagonista di otto cortometraggi che sono pre-registrati e che quindi non possono in alcun modo essere modificati. Le decisioni del cyber-elettorato influiscono sull’ordine cronologico degli argomenti proposti dal protagonista e non sulle sue azioni.
Il conflitto tra libertà personale e libertà collettiva esiste certamente ed è un fatto innegabile. L’unico modo per eliminare questo conflitto risiederebbe in una forma di “volontà totalitaria”. Impossibile.

DQ. Se Problemarket indagava l’evoluzione in senso economico della politica, DemoKino riflette sulla politicizzazione della vita. Credi che i due fenomeni siano connessi? Com’è la vita ai tempi della biopolitica?

DG. I due fenomeni sono definitivamente interconnessi, a mio giudizio.
L’economia ha intrappolato la politica la quale ha una diretta influenza sulla vita di tutti i giorni. Così si potrebbe dire che l’economia, filtrata dalla politica, detta legge sulla vita di tutti i giorni.
Il predominio dell’economia sulla politica ha ridotto la democrazia ad un rito formale, in cui dominano gli interessi delle corporazioni. Le attenzioni principali sono rivolte alla manutenzione della macchina capitalismo per evitare che si inceppi. Non è l’uomo al centro della questione ma la sopravvivenza del sistema.
La vita ai tempi della biopolitica è pertanto una questione, se non marginale, perlomeno secondaria.

Cosa pensi di DemoKino?

"Scrivere le sceneggiature per DemoKino è stata un’esperienza stimolante e intensa. Non sono uno sceneggiatore di professione, e ciò che mi chiedeva Davide era interessante ma difficile. Si trattava di dare forma ai pensieri di un personaggio che riflette su dilemmi spesso crudi, a volte angoscianti, comunque ben radicati nell’esperienza dell’oggi. Volevo farlo da un lato in modo che apparissero riflessioni motivate da episodi concreti, e non astratte; dall’altro senza far emergere il mio personale orientamento verso l’una o l’altra risposta. DemoKino è un lavoro un po’ anomalo nella produzione di Davide, perché e molto sbilanciato verso l’arte pubblica e relazionale, ma senza la componente di ironia e a volte di sberleffo che c’e in altre sue operazioni. Mi sembra una bella sfida, e sono contento di aver partecipato a questo progetto."
Antonio Caronia, direttore di socialpress e sceneggiatore di DemoKino.

“With the interactive mimicry of democratic decision-making, DemoKino lucidly points out the symptoms of contemporary politics. Using the interactive form in order to practically realize the utopia of direct activity, it also demonstrates the deep problems of this kind of activity. The project simulates sessions on ethical and economic dilemmas, which we witness on a daily basis, as well as the form of the political life surrounding these bio-political questions.”
Dr. Bojana Kunst, filosofo e vice-presidente della Società Slovena di Estetica.