>> on-line

Chi ha paura di janez janša?

Antonio Caronia

All the versions of this article: [italiano] [slovenščina]

Berlino, 28 gennaio 2008, Monumento agli ebrei assassinati d’Europa. La mezzanotte è passata da un minuto. Tre persone, giacca a vento bianca, zainetto con dispositivo GPS, webcam in mano rivolta verso il proprio viso, sostano un attimo, in silenzio.

Poi, partendo ognuno da un punto diverso del perimetro del trapezio, si mettono in moto percorrendo un tracciato preciso in mezzo ai grandi pilastri del Denkmal che celebra la memoria della Shoah. Camminando con passo fermo e misurato nel freddo della notte berlinese, ognuno di essi comincia a ripetere ossessivamente, come un mantra, il proprio nome: “Jaz sem Janez Janša, Jaz sem Janez Janša, Jaz sem Janez Janša…” (“Mi chiamo Janez Janša…”). I tre volti appaiono nei riquadri sulla sinistra dello schermo, sul sito www.aksioma.org/sec. Sulla grande immagine satellitare del monumento berlinese, tre linee verdi cominciano a disegnarsi, traccia fedele del percorso dei tre artisti sloveni rilevato dai tre GPS e ritrasmesso al sito: si formano delle lettere. Alla fine della performance, sullo schermo del computer, le linee compongono un nome: JANEZ JANŠA. I tre abbandonano il monumento senza che nulla sia stato fisicamente modificato, ma il loro cammino ha tracciato una firma, un nome è stato lasciato a insinuarsi tra i pilastri del Denkmal.

La performance Signature Event Context è avvenuta nell’ambito della mostra CONSPIRE… all’interno di transmediale.08, lo storico festival berlinese dedicato alle arti digitali, tra non poche polemiche e ripensamenti. L’azione, regolarmente programmata e documentata in catalogo, era stata sospesa a meno di dieci giorni dall’inaugurazione della mostra per “convinzioni curatoriali ed etiche” della curatrice Nataša Petrešin Bachelez, slovena come gli artisti. Il direttore del festival Stephen Kovats, che inizialmente era sembrato condividere le preoccupazioni della curatrice, aveva poi fatto marcia indietro e (a performance già avvenuta, va detto), l’aveva reintegrata nel programma del festival.

Ma chi sono questi tre artisti sloveni le cui azioni sembrano creare tanto scompiglio? Perché hanno tutti lo stesso nome? Chi è, insomma, Janez Janša? Non si può comprendere la portata di questa operazione se non si sa (e fuori dalla Slovenia questa non è una conoscenza diffusa) che Janez Janša è il nome del leader del SDS (Partito Democratico Sloveno) e primo ministro del paese: un politico di centro-destra (o forse ancora più schiettamente di destra) noto per la sua aggressività e la sua litigiosità con l’opposizione e con chiunque osi criticarlo. Ora, nell’agosto del 2007, tre artisti sloveni (di cui uno italiano e uno croato, ma abitanti nel paese da molti anni), singolarmente, del tutto privatamente e senza apparente collegamento fra loro, hanno cambiato legalmente il proprio nome in quello del leader politico. La scelta non ha avuto pubblicità, non è stata presentata come un’operazione “artistica”, ma è stata motivata con l’ammirazione che i tre nutrono per il personaggio. E ha comunque creato scompiglio in certe situazioni, come al matrimonio di uno dei tre, in cui tanto lo sposo quanto i due testimoni si chiamavano Janez Janša, e il funzionario comunale sembra non riuscisse proprio a mantenere una faccia seria… E tuttavia è stato chiaro sin dall’inizio che si trattava invece di una scelta pubblica e performativa, condotta con una certa accortezza e una buona dose di coraggio. Nessuno dei tre, a guardare la loro storia, ha mai dimostrato la minima simpatia per posizioni politiche di destra. Ed è francamente improbabile che tutti e tre siano stati fulminati sulla via di Damasco da una conversione del genere.

È chiaro che si tratta quindi di un’operazione artistica, e in senso lato politica, che si situa all’incrocio fra tradizione dell’arte concettuale, “artivismo” (attivismo artistico), medialità e uso delle tecnologie. Da un momento all’altro sono scomparsi dalla scena Emil Hrvatin, Davide Grassi e Žiga Kariž, e tutte le loro opere precedenti e le loro attività, in rete, portano ormai il nome di Janez Janša. Così è per la rivista di arti performative Maska, la militanza nell’associazione delle ONG, il Campo profughi per cittadini del primo mondo e numerose altre performance, per quanto riguarda Hrvatin. I progetti online e offline come Problemarket - La borsa dei problemi, Demokino - Agora politica virtuale e Brainloop (v. Digimag 22, marzo 2007) messi in piedi da Davide Grassi sono ormai anch’essi firmati Janez Janša, come pure le opere e le azioni di Žiga Kariž.

Il collegamento consapevole con la tradizione slovena (e internazionale) dell’arte concettuale è ben chiaro nella prima performance dei tre, Il monte Triglav sul monte Triglav, realizzata il 6 agosto del 2007 e documentata nell’ottobre successivo al Museo d’arte Moderna di Lubiana e contemporaneamente nella galleria Noema in Second Life (http://www.reakt.org/triglav/index.html). Questo lavoro riprende una storica performance del 1968 che in qualche modo segnò l’apparizione, in Slovenia, di una generazione di “neo-avanguardie” artistiche legate alle lotte e alle rivolte dell’epoca. Il 30 dicembre del 1968 i tre membri del gruppo OHO si fecero fotografare nel parco della Svezda a Lubiana sotto un grande mantello nero che li copriva tutti e tre, facendo emergere solo le loro tre teste zazzerute da hippie. Il titolo della performance, Monte Triglav , rendeva esplicito il riferimento visivo al monte con tre vette che è un po’ il simbolo della Slovenia. Nel 2004 la performance venne ripresa, nel senso di una ironica citazione dal sapore postmoderno, dal gruppo Irwin, legato al movimento della Neue Slovenische Kunst (Nuova arte slovena, NSK). Riproponendosi nella storica foto del gruppo OHO in una situazione politica e sociale molto mutata dal 1968 (dissoluzione della ex Yugoslavia, ingresso della Slovenia indipendente nell’economia capitalista e in Europa), il gruppo Irwin sottolineava il carattere di “feticcio” della loro ripresa, esplicitando un disincanto e una presa di distanza dall’attualità politica e sociale. La terza rimessa in scena della performance, da parte di Janez Janša, Janez Janša e Janez Janša, opera un ulteriore rovesciamento, marcando un discorso di critica politica ironica (dovuto principalmente al nome dei tre artisti) che non ha certo più niente a che vedere con gli entusiasmi avanguardistici del Sessantotto, ma neppure col “cinico” feticismo degli Irwin. I tre Janez Janša (a differenza dei loro predecessori) vanno davvero sul monte Triglav, e così si mostrano nelle foto, ma questa volta il grande drappo nero che li copre è totalmente digitale, è una finzione generata da un programma informatico, e la mostra avviene contemporaneamente in una galleria e nella capitale mediatica della virtualità contemporanea, cioè Second Life. Ma c’è di più: il carattere manipolatorio e finzionale delle nuove tecnologie digitali ci consente di dubitare che i tre siano davvero andati sul monte Triglav, e noi siamo autorizzati a pensare che le foto che li ritraggono in quello scenario non siano che una ormai usuale (e sin troppo semplice) finzione digitale.

Ma sbaglieremmo a leggere i lavori degli Janez Janša come una semplice denuncia della perdita di “autenticità” inerente alle pratiche di rete. Il loro discorso è più sottile. Nell’azione Signature Event Context , per esempio, la situazione è ribaltata. È solo la “interpretazione” via rete che rende visibile la firma sul monumento. Mentre un eventuale spettatore della performance non sarebbe in grado di decifrare il significato dei movimenti dei performer, esso appare evidente solo sullo schermo di un computer collegato in rete, per effetto dei dati del GPS visualizzati sull’immagine satellitare del monumento. È la tecnologia in questo caso, quindi, che ha una funzione semiotica. È evidente, insomma, che la messa in discussione del concetto e delle pratiche dell’identità che i tre Janša intendono proporre è strettamente legata al mondo della medialità e della virtualità tecnologica. Le loro azioni, che da alcuni critici sono state lette sotto le categorie dell’“affermazione sovversiva” e della “sovra-identificazione” nella versione elaborata dal filosofo sloveno Slavoj Žižek, non tendono solo a mettere in dubbio l’identità dello Janez Janša originale (il primo ministro sloveno) o a metterne in ridicolo le affermazioni. Certo, questo succede: quando uno degli Janša, al suo pranzo di nozze, ripete una delle frasi preferite dal leader politico (“Più siamo, più presto raggiungeremo i nostri obiettivi”), il significato viene ribaltato rispetto al contesto originale, e noi potremmo interpretare quell’asserzione come: “Più Janez Janša ci saranno, più sarà evidente il carattere demagogico e populista dell’azione dello Janša ‘originale’”.

Questa dimensione di “attivismo artistico”, però, non è sufficiente a esplicitare tutte le valenze di questo lavoro. Attraverso l’utilizzo provocatorio e scanzonato del nome di un leader politico, Janez Janša mette in discussione in realtà tutto il fondamento dell’identità sociale e individuale di ognuno, vuole andare a fondo sulle convenzioni sociali che la costituiscono e la rendono leggibile, vuole scavarne le fondamenta e mettere alla luce i processi di confine tra la psiche e la società. Ed è in questo contesto che è pertinente la citazione di Jacques Derrida che i tre artisti utilizzano per argomentare la loro performance Signature Event Context: “Per definizione, una firma scritta implica la non presenza effettiva o empirica del firmatario. Ma, si dirà, essa segna e conserva il suo essere stato presente in un adesso passato, che resterà un adesso anche nel futuro, e perciò in un adesso in generale, nella forma trascendentale di una ‘qualità dell’adesso’ (mantenimento). Questo mantenimento generale è in qualche modo inscritto, agganciato alla puntualità presente, sempre evidente e sempre singolare, nella forma di una firma. Tale è l’originalità enigmatica di ogni ghirigoro sotto una firma. Perché si verifichi il collegamento alla fonte, bisogna che sia conservata l’assoluta singolarità dell’evento della firma e della forma della firma: la pura riproducibilità di un evento puro.”

Ed è a questa tematica che si riallaccia tutta la tessitura del progetto Re:act (www.reakt.org): la rimessa in scena (re-enactment), la ripetizione di performance artistiche o eventi storici del secolo passato. Un progetto ideato dallo Janez Jansa noto un tempo come Davide Grassi e prodotto da Aksioma, che prevede azioni sia di Jansa da solo, sia di tutti e tre gli Janez Jansa (per esempio Il monte Triglav sul monte Triglav), sia ancora collaborazioni di altri artisti (fra cui Eva e Franco Mattes, aka 0100101110101101.ORG, che hanno rimesso in scena in Second Life performance si Chris Burden, Joseph Bueys e altri). Re:act non tende tanto a farne risaltare, nella riscrittura e nella riattualizzazione, un presunto carattere di universalità espressiva, quanto ad affermare ancora una volta la storicità e l’irriducibilità dell’esperienza e la faticosa operazione di ricavarne un "senso": perché dalla ripetizione, per dirla con Deleuze, non fa che scaturire la differenza che, sola, ci permette di vivere e di sperimentare.

ABOUT THE AUTHOR

Antonio Caronia

Antonio Caronia (b. 1944, Genova, Italy) teaches “Design of Social Communication” in the Accademia di Belle Arti di Brera (The Academy of Fine Arts of Brera) and “Aesthetics of Media” in the NABA (Nuova Accademia di Belle Arti), both in Milan. He is the Director of Studies for online PhD courses in the M-Node program (Planetary Collegium, Plymouth, Great Britain). In the 1960s and 70s, while studying mathematics, logic, and linguistics, he was a political activist and leader in left-wing Italian groups. After 1977, he turned to the study of mass culture and communication theory, especially the relationship between science, technology, and imagination. He conducts research in philosophy and anthropology as it relates to science fiction, comics, digital images, virtual reality, and telematic networks. He writes for the left-wing newspaper L’Unità, and the reviews Millepiani, Pulp, Cyberzone. He also translates novels, essays, and articles from English to Italian.